Un piccolo gattino aiuta a scrivere il diario di viaggio

Dopo tanti giorni di levatacce all’alba, oggi ci svegliamo senza fretta e ci viene servita una colazione regale in sala da pranzo con omelette enormi e tanti dolcetti e noccioline varie. Poi ci spostiamo in terrazza, dove continuiamo la colazione con tè e micino affamato che viene a fregare tutto il formaggio. Intanto Nurik e Alex fanno un po’ di manutenzione alle due jeep e pulizie varie prima di dirigerci tutti in paese per fare la spesa: si comincia con il supermercato, da cui usciamo con ben due barili pieni di roba, metà probabilmente non necessaria, poi si va al girarrosto dove prendiamo non uno, non due, ben 4 polli al forno tandoori – esagerare non guasta mai! – ed infine mercato all’aperto per rifornirsi di frutta e verdura.

La prima vista della vallata di Köl-Suu

In mezzo a tutto questo riusciamo anche a fare un salto al CBT – l’associazione delle comunità turistiche locali – dove chiediamo informazioni ed incontriamo una coppia già incontrata ieri a cena, due fotografi che condividono le loro foto sul sito www.the-route.com. E’ finalmente ora di partire, saliamo in macchina e la temperatura è davvero alta, molto più del previsto e di quanto eravamo abituati negli ultimi giorni. Pochi chilometri di asfalto e rieccoci sullo sterrato, molto meglio di ieri per fortuna ed i sobbalzi non sono distruttivi, anzi, cullano.

Eccoci al campo: senza parole per descriverne la bellezza

Fuori dai finestrini si susseguono paesaggi coloratissimi all’interno di una lunga vallata, unica costante i ghiacciai sulle cime lontane sullo sfondo e tante mandrie di cavalli liberi – ma non selvaggi, abbiamo capito che sono tutti di qualche allevatore, lasciati però liberi di cavalcare – e, novità di oggi, molti yak, ben diversi da quelli che avevamo incontrato in Danimarca – questi sono quasi neri, corna corte come anche il pelo – e tante marmotte cicciottelle e dorate che fischiano. Proseguiamo salendo per stretti tornanti sempre più in alto, fino a raggiungere i 3.500 metri e, poco dopo, il confine della zona militare, dove dobbiamo fermarci al posto di blocco per la verifica di tutti i documenti.

Pecore e cavalli interrompono la monotonia della piana

Entrati nella zona militare il paesaggio cambia drasticamente: alberi e arbusti non si vedono, solo enormi distese di prati verdi e gialli, qualche yurta di pastori, altissimi picchi che ci circondano e colline tondeggianti con rocce colorate, il tutto tagliato da un lattiginoso fiume serpeggiante. Saliamo ancora, per poi ridiscendere e attraversare il fiume su di un ponticello traballante e non molto rassicurante. Scolliniamo ancora una volta ed eccola, la valle di Tien Shan: immensa, selvaggia, tagliata dall’ennesimo fiume serpeggiante, qualche piccolo e raro gruppo di yurte e pastori, con greggi di pecore, sullo sfondo picchi altissimi e imbiancati da neve e ghiacci perenni. Arriviamo al campo dove montiamo le tende e poi, finalmente a pomeriggio inoltrato, ci gustiamo i nostri polli tandoori – 4 erano davvero troppi, sfamiamo tutto il campo e ne avanza ancora!

Bagno con vista, che c’è di meglio!

Il paesaggio ci rapisce, continuiamo a fotografare ed andare in giro a bocca aperta, senza parole, ammirando tutte la vallata da tutte le angolazioni. Ben presto fa buio, scende la temperatura e, pance ancora piene, è ora di cena nell’accogliente yurta riscaldata che funge da sala da pranzo.

Il pasto è basilare – zuppa, riso con aglio e qualche verdurina, dolcetti vari e tè caldo – illuminati da una singola lampadina alimentata dal generatore. La serata continua a lungo tra le chiacchiere con i nostri autisti e gli altri ospiti del campo, ognuno racconta dei suoi viaggi ed esperienze, finché la luce non si spegne e pian piano tutti ci infiliamo in tenda, ormai già leggermente brinata. Ben presto comincia a piovere e la temperatura crolla, per fortuna siamo ben coperti.

Il risveglio è brinato e gelido, è stata una notte decisamente fredda. Oggi si cammina, finalmente dopo tanto stare seduti ci aspetta un po’ di movimento. Una bella colazione a base di uova ci aspetta nella tenda comune, dove la stufa ci riscalda dal gelo della notte.

Vista impagabile dal confort della nostra tenda

Il giro previsto è di circa cinque ore, secondo le stime di Alex, un bel giro ad anello che ci porterà al Kol-Suu Lake e di nuovo al campo. Prepariamo lo zainetto con solo lo stretto necessario per la giornata – cambio caldo, un po’ di cibo, tanta acqua – e ci infiliamo nella vallata laterale rispetto a quella che va dritta verso il lago.

Seguiamo una traccia di pista per le jeep per prati incontaminati e verdissimi, scegliendo a vista uno dei tanti passi su per le collinette lasciandoci guidare dalle vaghe indicazioni ricevute e dalla mappa del fidatissimo Osmand.

Le distanze sembrano infinite, è tutto molto lontano e non siamo tutti in formissima, chi per colpa del cibo, chi dell’acqua, chi chissà che altro. Finalmente arriviamo alla fine della piana sterminata e snervante e si comincia a salire verso la cima della collinetta a 3.600 metri, dove quasi senza fiato ci prendiamo una meritata pausa per ammirare il fantastico panorama.

In una vallata laterale scopriamo un paesaggio fatto di picchi aguzzi e fiumi serpeggianti

Davanti a noi si ergono picchi frastagliati, attraversati da strette gole che portano chissà dove e bucherellati di grotte enormi. Siamo tentati di dirigerci verso un passo che sembra arrivare a 4.020 metri, ma alla fine decidiamo di scendere verso valle e seguire il fiume argentato che serpeggia in mezzo alla valle. Appena rilassati dalla discesa, si ricomincia a salire sempre a caso su una collina che ci porta a delle pareti fantastiche da arrampicare. Un ultimo sforzo ed ecco che appare una distesa immensa davanti a noi: abbiamo raggiunto il lago Kol Suu e, sorpresa, è completamente secco ad eccezione di un rivoletto che scorre in mezzo.

Lo spettacolo è incredibile: pareti altissime e aguzze svettano tutto intorno, insieme a qualche torrione anche nel mezzo, ed il fondo lago fangoso ed essiccato è tutto rotto da crepe che creano giochi di luce, insieme alle nuvole velocissime, semplicemente pazzeschi. La cosa che più ci lascia senza fiato sono le dimensioni, non siamo che piccolissimi puntini visti da quella che, una volta riempito, sarebbe la sponda del lago. Incredibile pensare a quanta acqua possa esserci qui dentro.

L’incredibile lago Kol Suu completamente secco, uno spettacolo riservato a pochi spettatori

Ci sediamo per mangiare qualcosa ed ecco che una delle tante nuvole si ferma proprio sopra di noi e d’improvviso comincia a piovere. Vediamo delle caverne sulla sponda opposta del lago e, quasi correndo, andiamo a ripararci giusto prima che arrivi un bel temporale che, veloce come è arrivato, ben presto se ne va lasciando spazio di nuovo a qualche raggio di sole. Decidiamo di provare ad incamminarci verso il fondo del lago, ma facendo qualche rapido calcolo mappa alla mano, realizziamo che abbiamo già camminato più di 10 chilometri per arrivare qui, altrettanti ce ne mancano per tornare indietro ed il lago si espande in lungo per chissà quanti, meglio non esagerare.

Ritornando verso il campo lo sguardo si perde negli intensi colori della vallata

Camminiamo per un’oretta abbondante, assistendo ad un susseguirsi di temporali flash con tanto di raffiche di vento e raggi di sole, immersi in questo surreale paesaggio stretto tra i picchi altissimi e sormontati da neve e ghiacciai. Infine, ricominciamo la lunga camminata che ci riporta indietro, incrociando due francesi con cui abbiamo condiviso la cena ieri ed un grosso gruppo comodamente a cavallo – non sanno che si perdono.

Ci avviamo di buon passo verso la sponda e saliamo fino in cima, per poi decidere di deviare seguendo il corso del fiume che sgorga dal lago invece che di seguire il sentiero principale che scende per ampi tornanti diretto verso valle. Il sentiero è piccolo e quasi una traccia, ma ben presto raggiungiamo la sorgente – nulla di che a dir la verità.

Rientrati al campo, ci rilassiamo e replichiamo una scena conosciutissima, ma ben lontani dall’Alaska

Proseguiamo a lungo costeggiando il fiume e appena arrivati all’imbocco della vallata dove sono sistemati i vari campi, ci accorgiamo di quanto siamo lontani: non vediamo il campo nemmeno in lontananza.

Comincia una lunghissima camminata che solo dopo un paio d’ore ci fa finalmente raggiungere il campo, davvero stanchi e affamati, ma non per questo non capaci di goderci lo spettacolo dei cavalieri kirgyzi che giocano a una sorta di polo giocato con il corpo di una pecora, il buzkashi o kokpar. Ci fiondiamo subito a cena anche se è troppo presto, siamo stanchi e affamati e non vediamo l’ora di avere la pancia piena per poter fiondarci a dormire. Rifiutiamo anche una vera sauna in un campo vicino, siamo troppo stanchi per anche solo pensarci, e appena possibile ci infiliamo nei caldi sacchi a pelo che, forse, ci ripareranno dal freddo di questo altipiano ghiacciato.

Uno spettacolo impareggiabile