Piemonte · 27 Ott 2014

Monte Thabor: dal Refuge alla vetta dei 3.000 metri

Dislivello+1.409 m
Quota max3.178 m
Partenza1.769 m
DifficoltàE
Dati indicativi, stimati da fonti web

Date: settembre 2014 – prima uscita al Refuge du Thabor, poi la vetta il 14 e 15 settembre

Curiosità:

Il Monte Thabor (3.178 m s.l.m. – detto anche monte Tabor) è una montagna delle Alpi Cozie. La montagna è in territorio francese dal 1947 ed è situata tra il comune di Valmeinier a sud-ovest di Modane, nel dipartimento della Savoia ed il comune di Névache nel dipartimento delle Alte Alpi. Il Refuge du Thabor (2.505 m s.l.m., comune di Modane) porta il suo nome ma è lontano dalla vetta: sono due mete diverse, e ci sono volute due uscite per capirlo.

Accesso: Da Bardonecchia si seguono le indicazioni per Melezet e Colle della Scala, arrivando a Pian del Colle, dove in corrispondenza del primo tornante per il Colle della Scala, si prosegue dritti sulla strada sterrata della Valle Stretta, fino ai tornanti che precedono le Grange di Valle Stretta ed i rifugi, qui si parcheggia l’auto.

Prima uscita: il Refuge du Thabor, lontano dal Thabor

Quota partenza 1.790 m – quota massima 2.508 m – dislivello complessivo 730 m

Finalmente torniamo nella nostra amata Valle Stretta, forse una delle valli più suggestive ad appena un’ora e mezza da Torino. Come di consueto partiamo dal rifugio i Re Magi, lasciando per il ritorno la nostra solita tappa di acquisto.

Una piccola curiosità: questo rifugio prende il nome dalle tre punte che svettano a lato della valle, Punta Melchiorre, Punta Baldassarre e Punta Gasparre, come i tre Re Magi.

Entrando nella grange della valle stretta è impossibile non notare l’imponente massiccio proprio al centro della visuale:

Valle Stretta

La sua imponenza e centralità nella valle ci hanno sempre fatto pensare che si trattasse della punta del Thabor, ormai oggetto di sfide all’interno del nostro gruppo su chi per primo l’avrebbe conquistato. Ma un’occhiata alla cartina -e avremmo dovuto farlo molto prima- ci fa capire che qualcosa non quadra: il sentiero per il Thabor prosegue superando la valle, anzi, neanche passa per il centro di questa.

Informandoci meglio scopriamo che in realtà le vette sono due, Grand Seru e Petit Seru. Dopo un anno di dubbi finalmente abbiamo svelato l’arcano, il Thabor non è quello e, soprattutto, non è così vicino.

La giornata parte con l’intento di rilassarsi completamente, una breve passeggiata al Lago Verde, semplicissimo da raggiungere, appena 45 minuti dai rifugi a valle, seguita da un tranquillo pic-nic e relax in un prato accanto al fiume lì vicino. Arrivati al lago, scopriamo un gioiello dai colori smeraldini, sembra davvero un piccolo angolo di Paradiso e anche per chi già ci era stato, è sempre uno spettacolo. Giudicate Voi!

Lago Verde

E nonostante l’acqua decisamente freddina, è perfetto per far sguazzare il “piccolo” bovaro del bernese dei nostri amici, per la felicità di tutti i bimbi in riva al lago.

Lago Verde

Non essendoci rive erbose su cui sdraiarsi, lasciamo il lago alle nostre spalle e ci dirigiamo verso il ponte di legno del Pian delle Fonderia, dove ci aspetta la nostra pausa pranzo, o almeno così pensiamo.

Non ancora troppo affamati, decidiamo di proseguire fino alla vallata seguente. Superato un pendio franoso a cui segue un tratto immersi in un bosco verdissimo, risaliamo una scarpata rocciosa e raggiungiamo il pianoro sovrastante.

La nostra passeggiata, a questo punto, si è già allungata parecchio, ma la vista che si apre davanti a noi è talmente unica che ancora non riusciamo a fermarci. Il sentiero prosegue, infatti, attraverso un lungo pascolo fino ad un pianoro erboso sempre costeggiando un piccolo rio che scende dai nevai. E’ come essere catapultati nel film Il Signore degli Anelli, uno spettacolo che ci lascia a bocca aperta, e ci fa proseguire ancora, il pic-nic ormai dimenticato e la rilassante passeggiata persa qualche chilometro più a valle.

Verso il Refuge du Thabor

Continuiamo sul sentiero che ora si fa più ripido, salendo sulla sinistra della dorsale, e dopo dossi e avvallamenti -credetemi, le foto non riescono a rendere l’idea di quanto il posto sia fantastico!- si raggiunge il Col de la vallée Etroite, ormai già ampiamente in Francia.

Colle della Valle Stretta

Superata la croce che segna il colle, a 2.434 mt, ed aggirata la piccola collinetta, finalmente, iniziamo ad intravedere quella che nel mentre è diventata la nostra meta: le Refuge du Thabor. Il nome è totalmente fuorviante: il Thabor, infatti, neanche si vede da qui, ed il sentiero indicato per raggiungerlo stima un tempo di ben 3 ore e mezza, costeggiando il lago Peyron e risalendo poi la valle che ci siamo lasciati a sinistra subito dopo le Grange.

Ma questo non significa che non meriti venire fin qui, anzi! Raggiunto l’ultimo avvallamento, ci aspetta ancora una piccola salita, ma il premio è lassù, sul pianoro, illuminato dal sole che ha già da un po’ cominciato la sua discesa -sono già le sei passate ormai!-.

Refuge du Thabor

Finalmente arrivati alla nostra meta, ma non ancora completamente soddisfatti, facciamo gli ultimi passi -davvero pochi per fortuna-, pochi metri per poter ammirare il primo dei due laghi di Santa Margherita, Lac Rond (il secondo, Lac Long, si trova nell’avvallamento seguente, ce lo lasciamo come premio per la prossima volta).

Il lago ci permette di ammirare quello che a prima vista pensiamo, speriamo, sia il Thabor, ma scopriamo essere il Cheval Blanc, imponente massiccio che prende il nome dalla roccia molto chiara, quasi bianca, di cui è fatto.

Lac Rond, Refuge du Thabor

Finalmente mangiamo qualcosa, specialità francesi d’alta quota, e nonostante l’ora tarda rimaniamo ad ammirare la valle del Frejus in compagnia dei nostri amici a quattro zampe.

Val Frejus

“L’ebrezza di quell’ora passata lassù, isolato dal mondo nella gloria delle altezze, potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia.”
Giusto Gervasutti

Dopo una pausa troppo breve, ma imposta dalla sera che si avvicina veloce, cominciamo a scendere. Il sole ormai tramonta, dietro le nostre spalle e ci accompagna per tutto il sentiero del ritorno, colorando il cielo di rosso e arancione.

La montagna non stanca mai, è sempre diversa, cambia ad ogni ora del giorno e fa sembrare il paesaggio attorno a noi, frutto del lavoro di qualche artista, un film dove si è protagonisti, insieme alla natura di cui si è circondati.

Valle Stretta , Signore degli Anelli

Prima di scendere al pian delle Fonderie, un’ultima pausa al laghetto dei girini, dove luci e montagne creano un’atmosfera perfetta per una foto che ci farà ricordare questa giornata.

valle stretta
Tramonto al lago dei girini, Valle Stretta

L’alba ed il tramonto sono momenti magici, creano colori e magia. L’alba ed il tramonto in montagna, sono qualcosa di indescrivibile: il sentiero del ritorno da questa prima avventura ce lo ha ricordato ad ogni curva.

Sentiero per il Refuge du Thabor
Il sentiero per il “Refuge du Thabor” al tramonto

“I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi.”
Johann Wolfgang Goethe

E la prossima uscita sarà il Thabor, ormai è una sfida!

Una settimana dopo: il primo 3.000 metri

Trekking di due giorni, 14 e 15 settembre 2014 – dalle Grange di Valle Stretta (1.790 m) alla vetta del Monte Thabor (3.178 m), notte in tenda al Lac Rond

Ne abbiamo parlato a lungo, è stata la sfida per settimane, mesi ormai. Chi ci sarebbe arrivato per primo, quanto ci sarebbe voluto, se ci sarebbero state defezioni lungo la salita. Insomma, LA sfida dell’estate. Il primo vero 3.000 metri. E allora, dopo quel primo giro in avanscoperta al rifugio, totalmente fuori strada, ci son voluti solo sei giorni per partire alla volta del Thabor.

Reclutiamo un compagno reduce da un infortunio calcistico, e già sappiamo che non arriverà su con noi, è venuto per la passeggiata iniziale. Tutto il resto del gruppo si astiene, e noi ne approfittiamo per fare le cose in grande: tenda e zaino pieno, l’obiettivo è chiudere l’anello che sale al Thabor dalla Valle Stretta, tocca il lago Peyron scendendo per risalire al rifugio del Thabor e poi riscende sul lato opposto della valle. Ancora non ci rendiamo conto di cosa ci aspetta.

Partiamo per la strada che già una volta ci aveva portato al Lago Lavoir, deviando poco dopo il rifugio Des Chamois. La giornata è meravigliosa, perfetta -per nostra fortuna- per il nostro programma ambizioso.

Vista sulla Valle Stretta

Eleggiamo sponsor ufficiale dell’avventura l’Accademia Torino, e partiamo. Raggiungere la prima tappa è semplice e gli zaini pieni sembrano leggeri. L’aria fresca autunnale e la partenza -una volta tanto- di primo mattino, ci risparmiano il caldo; l’assenza di vento ci renderà tutto più facile.

Valle Stretta e le sue mucche

Superata la prima tappa, percorriamo ancora un piccolo pezzo di un sentiero conosciuto, ma svoltiamo quasi subito seguendo le indicazioni per la vetta. Il sentiero che si apre davanti a noi è nuovo, per noi almeno, e disseminato di pascoli. Abbastanza pianeggiante, ci regala una mattinata lunga, ma dal passo veloce e non troppo faticoso. Le fermate a scopo fotografico sono parecchie ma non ci rallentano troppo, e qualcuno ne approfitta anche per fotografare qualche incontro ravvicinato.

Incontri in valle Stretta

Arrivati al bivio che segna il vero inizio della scalata alla vetta, le gambe sono ormai calde e ne approfittiamo per una piccola sosta. La sveglia presto ci ha fatti arrivare a metà strada giusto per l’ora di pranzo, e dopo il dolcetto a base di frutta secca salutiamo il nostro amico -no, non la mucca, il calciatore azzoppato. Le mucche le portiamo con noi quasi fino alla cima. Si riparte, il tempo a nostra disposizione ancora abbastanza lungo, e senza fretta cominciamo a salire seriamente sulla strada ghiaiosa e tutta curve a gomito. La nostra meta non è più visibile, almeno non all’inizio, ma sappiamo di avere davanti a noi tre tappe, le tre croci; due durante il percorso, i due colli da superare, e una, ancora lontanissima, lassù, quella della chiesetta in cima al Thabor.

La salita è dura, il sentiero impossibile da perdere ma decisamente faticoso. Lo zaino diventa un peso non indifferente e la tentazione di abbandonarlo lungo la strada per raccoglierlo sulla via del ritorno è forte, molto molto forte -almeno per me, il fotografo deve esser stato incrociato con uno stambecco da bambino!-. La seconda croce è un miraggio, la vedo dal basso, quasi irraggiungibile. Quando finalmente mi ci avvicino, lo spettacolo che mi trovo davanti è tanto meraviglioso quanto inquietante: trovarsi faccia a faccia con quanto ancora manca della salita è uno shock, ma si va avanti comunque, con difficoltà, ma si va!

Thabor e la sua chiesetta

Raggiungere la vetta, soprattutto grazie l’ultima salita, è devastante. Mai, e ripeto mai, andar lassù zavorrati -suscitiamo anche l’ammirazione di un alpino- con tenda e quant’altro: lasciate tutto giù perchè ogni chilo che vi portate dietro si farà sentire, eccome.

Ma gli insegnamenti di una vita di judo sono utili -non si molla mai, fino all’ultimo secondo…centimetro in questo caso- e si arriva su, sia l’uomo-camoscio una buona mezz’ora prima di me, che io ed il mio zaino. La soddisfazione è tanta, è il primo 3.000 metri della stagione, di sempre a dir la verità. Ci vuole un attimo per riprendersi, un goccio d’acqua e qualcosa da mangiare, ma poi è tutto pronto per godersi lo spettacolo: 360 gradi di meraviglia.

Non c’è nulla ad ostacolare la vista che ci circonda, raggiungiamo la croce che segna il punto più alto raggiungibile -la vera vetta è in realtà più alta, ma si tratta di uno spuntone raggiungibile solo arrampicando, o forse neanche così. Siamo, finalmente, in cima al Monte Thabor, tempo di salita non pervenuto, ma poco importa.

La croce sul Thabor

Ci prendiamo tutto il tempo necessario per goderci il meritatissimo spettacolo. Si aprono anche dispute sui nomi delle varie vette visibili, per certo il Monviso, inconfondibile, e parrebbe anche i comprensori sciistici del Monginevro e de La Grave-La Meije, ma la nostra cartina non è sufficientemente ampia per verificarlo, ci piace pensarla così.

Troviamo diverse persone quassù, molti stranieri e non solo francesi, ed un simpatico solitario ragazzo italiano amante delle montagne. I discorsi a questa quota e con questa vista hanno tutti un argomento comune: Montagna, panorama, scalate…ovviamente non si può parlare d’altro. E così eccoci ad ammirare la Valle Stretta, da cui arriviamo

Vista del dal Thabor sulla Valle Stretta

e la Val Frejus e la Francia, col nostro amico intento ad godersi lo spettacolo emozionante che la giornata tersa e limpida offre.

Silenzio sul Thabor

“Il paradiso è sotto i nostri piedi e sopra le nostre teste”
Henry David Thoreau

C’è tempo addirittura per un piccolo sonnellino -l’assenza di vento è tanto rara quanto piacevole e ci permette di rimanere in cima senza fretta né gelo.

E poi ancora montagne e montagne, con i pascoli in basso punteggiati di bianco -le mucche da quassù son piccole piccole, come formichine sbiancate!.

E poi, ad un certo punto, ci accorgiamo di esser soli. E’ incredibile, il silenzio è totale e neanche lontanamente paragonabile a quello che crediamo di avere in città. E’ totale assenza di rumore, anche i corvi, unici abitanti della vetta, non si osano ad infrangere il silenzio. E’ magico, davvero, e si potrebbe rimaner qui per giorni a contemplare e respirare l’aria fresca e frizzante che c’è qui.

Dal Thabor sulla Valle Stretta

“Noi che viviamo in luoghi tranquilli abbiamo l’opportunità di conoscere noi stessi, di pensare a modo nostro e vivere la nostra vita in un modo che non è possibile per coloro che tengono il passo con la folla.”
Laura Ingalls Wilder

Trovare la voglia di ripartire non è facile, lo zaino è più pesante nonostante davanti a noi ci sia la discesa: abbiamo sulle spalle il peso di lasciare questo posto meraviglioso. Ma un ultimo momento per lasciare il nostro ricordo non manca, e nel freddo buio della chiesetta lasciamo il ricordo del nostro passaggio, tra i tanti che son passati di qui, tutti speciali per esser riusciti a salire fino alla cima.

Il diario del Thabor

“Si va in montagna per essere liberi, per scuotersi dalle spalle tutte le catene che la convivenza sociale impone, per non inciampare ogni due passi in imposizioni e proibizioni. Si va in montagna anche per sottrarsi a norme ammuffite, per sbizzarrirsi una buona volta e immagazzinare nuove energie.”
Tita Piaz

Il Thabor è stato conquistato. O forse lui ha conquistato noi, molto più probabile.

Dalla vetta al Lac Rond: la notte in quota

“Quando si affronta la montagna, è importante amarla. E per tornare vivo è importante essere amato dalla montagna.”
Jirō Taniguchi

Uno spettacolo mozzafiato, ma dobbiamo tornare giù. Ci godiamo gli ultimi momenti da soli in cima, noi, qualche corvo ed il silenzio più totale, e poi via, zaino in spalla e si comincia a tornar giù. La strada scorre veloce sotto i nostri piedi, sappiamo che non sarà una brevissima passeggiata e speriamo di arrivare in tempo al rifugio per la cena, anche se non siamo sicuri che avranno posto per noi.

Ci si ferma solo per qualche breve istante, una foto ricordo prima di svoltare e perder di vista la cima. Nonostante il sole sia ancora alto, il pomeriggio porta un’arietta fresca che rende più facile la discesa.

Bivio Verso la vetta del Thabor

Al bivio dove stamattina abbiamo lasciato il nostro amico, svoltiamo sul sentiero che ci porterà prima al lago Peyron e solo dopo al rifugio del Thabor, che è ora la nostra nuova meta. Il paesaggio è fantastico, come d’altronde sempre in questa meravigliosa vallata, e un po’ il nostro passo, rallentato dalla fatica accumulata stamattina, un po’ le ombre che si allungano veloci, non ci permettono di ammirare il lago Peyron nel massimo del suo splendore, con il suo azzurro sfavillante.

Riusciamo ad intravederne solo un piccolo spicchio prima che l’ombra lo ingrigisca del tutto, ma basta questo per farci ripromettere di tornare per goderci lo spettacolo.

Lago Peyron e cheval blanc

E poi dopo ancora prati, pascoli e verde. Su e giù per innumerevoli piccoli colli e collinette, prima la veloce e ripida discesa verso il lago, poi la lunga strada verso il Colle della Valle Stretta, dove sappiamo che ci aspetta un piccolo laghetto e la croce a segnalare il passo.

La giornata, che ben prometteva fin dall’inizio, ci regala fino all’ultimo raggio di sole i colori accesi della montagna: immersi in mille sfumature di verde, dove le marmotte corrono veloci e fischiano la nostra presenza, sopra di noi il cielo azzurro e terso e solo nel tardo pomeriggio qualche nuvola comincia a farsi avanti.

Marmotta

Ci godiamo il sentiero pianeggiante che ci riporta verso il colle, sapendo che ci aspetta un’ultima fatica prima di arrivare e, finalmente, riposarci. La montagna sa essere veramente dura, e a questo punto cominciamo a capire cosa voglia dire andarsene in giro con tutte le comodità nello zaino: tanti, tanti chili in più che diventano ad ogni passo più pesanti. Il pensiero di accendere un bel falò con tutto il superfluo -due fornelletti?!? Il caricabatterie?!? Mi chiedo ancora perchè- è forte.

I minuti scorrono veloci, e sappiamo che per avere un pasto caldo, ma più che altro al caldo, dobbiamo arrivare entro le sette, e allora decidiamo per quella che dovrebbe essere una scorciatoia, un sentiero poco segnalato prima di raggiungere il colle, che ad intuito dovrebbe portarci direttamente al Lac Rond, tagliando il giro intorno alla collina.

A conti fatti, l’intuizione era giusta, arriviamo in effetti direttamente al rifugio…solo, però, diversi metri più in alto, giusto in cima alla pietraia che ripara il pianoro su cui si trova il rifugio. Veniamo accolti da sguardi incuriositi e non molto di approvazione da parte degli altri ospiti, che ci guardano tentare un’improbabile discesa dalla pietraia.

Ora siamo definitivamente distrutti, ma in perfetto orario per la cena. Ci godiamo la zuppa e la salsiccia, ma dobbiamo subito correre a montare la tenda. Il tempo di mangiare ed è subito buio, e come se non bastasse le nuvole sono salite veloci da fondo valle ed ora ci troviamo immersi in una nebbia umida. Montiamo veloci la tenda poco lontano dal lago, sull’unico spiazzo disponibile, e con le ultime gocce di calore accumulate mangiando, ci fiondiamo a dormire. Sono da poco passate le nove, ma il tempo di addormentarsi è di appena qualche secondo. I libri messi nello zaino per passare la serata si rivelano una parte di quel peso inutile che ci siamo portati dietro.

Tenda sul Lac Rond , Vista Cheval Blanc

Il risveglio, al contrario della buonanotte, è fenomenale. Due presunti corridori d’alta quota passano a passo pesante fuori dalla tenda, e dopo dieci ore di sonno è tempo di alzarci. Il massiccio dello Cheval Blanc ci guarda dall’alto mentre facciamo colazione, un bel tè caldo in riva al lago.

Non c’è fretta, la strada del ritorno non è così lunga e abbiamo tutto il giorno a disposizione. Tenda e sacchi a pelo hanno superato eccellentemente la notte in quota, e gli sbagli commessi a Punta dell’Aquila, che ci avevano fatto passare una lunga e fredda nottata, sono serviti da buon insegnamento. Non c’è modo migliore di imparare che sbattere il naso contro l’evidenza dei propri errori.

Refuge du Thabor , Rifugio del Thabor

Ci godiamo la vista, assistendo ai preparativi della partenza di chi ha trovato posto al rifugio, e ai ragazzi che smontano il tutto. E’ stata, infatti, l’ultima notte di apertura: da oggi e fino alla prossima primavera niente più pasti caldi, il rifugio diventa un bivacco per tutto l’inverno.

Con tutta calma, le gambe ancora indolenzite per i tanti chilometri percorsi ieri, ci rimettiamo in marcia, decidendo di ripercorrere la strada che avevamo già fatto in occasione della nostra inaspettata visita quassù la settimana precedente. L’idea di tornare al lago Peyron è velocemente dimenticata, la ripida salita per arrivarci ci fa desistere velocemente, e ci accontentiamo -si fa per dire- del sentiero del ritorno, tanto simile ai paesaggi de Il signore degli Anelli, e anche se sappiamo che è stato girato in Nuova Zelanda, qualche dubbio ancora ci viene viste le somiglianze.

Valle Stretta Thabor

L’ultima tappa durante la discesa è il lago dei girini -così l’abbiamo ribattezzato, inutile spiegarne il perché- da cui già una volta abbiamo scattato foto favolose, e che ha un suo fascino veramente particolare: la posizione, a strapiombo sulla valle e incorniciata dalle vette, è veramente speciale.

Ultimo spuntino, con quel poco che ci è rimasto -sì, la montagna mette fame, molta molta fame- e di nuovo sul sentiero verso le Grange.

Valle stretta, lago dei girini Thabor

L’ultima vera tappa è il nostro classico acquisto di formaggi e prodotti locali, che fanno difficoltà ad arrivare a casa. Ci godiamo un po’ di gorgonzola e una bella bibita fresca con i piedi a bagno nel fiume che scorre a fondo valle, e poi è veramente ora di andare. Il pranzo lo faremo a casa, comodamente seduti a tavola e con il divano ad aspettarci, ma questa avventura ci rimarrà in testa per molto tempo, nella speranza di ripeterla presto, da qualche altra parte, ma presto.

Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna.
Walter Bonatti

Il giro completo, in tre altimetrie

All’inizio ci siamo avvicinati quasi per caso, andando a finire al Refuge du Thabor senza nemmeno vedere la vetta. Ovviamente non poteva finire così: insoddisfatti, appena una settimana dopo, abbiamo prima conquistato la cima, ritrovandoci immersi in un silenzio surreale, poi siamo tornati al rifugio passando dal lago Peyron e dormendo in tenda sulle sponde del Lac Rond.

Insomma, ne abbiamo fatta parecchia di strada, eccola qui, riassunta nei dislivelli percorsi durante l’escursione di due giorni.

ThaborParte1
Primo giorno: dalle Grange di Valle Stretta alla cima del Thabor
ThaborParte2_1
Dalla cima del Thabor al rifugio, passando per il Lago Peyron e dormendo sulle sponde del Lac Rond
ThaborParte2_2
Secondo giorno: dalle sponde del Lac Rond (Refuge du Thabor) alle Grange di Valle Stretta

Una bella escursione, forse non proprio alla portata di tutti, ma se viaggiate leggeri e senza fretta, piano piano si arriva a far tutto.

AP